Caterina Prato

Arte e Restauro

La prima volta che ho visto tanti girini tutti insieme è stato dieci anni fa. Caterina abitava a Roma e lì aveva il suo studio, condiviso con altri artisti. I suoi quadri se ne stavano arrotolati in un angolo, ogni rotolo un giorno, o un mese, una rotta o un momento di pace. Pensieri, esperienze, emozioni uno accanto all'altro: copie di sicurezza del suo disordine artistico, come disordinata scoprirò essere la sua vita. Carta da spolvero ricoperta di mani di vernice, poi graffiata via a riscoprire la carta; il tutto ricoperto di tinta, tono su tono, con i colori della terra e della vita. E tanti girini. Ma anche mucche, pale eoliche, lampioni, biciclette. Questo aveva disegnato. Una pala eolica assumeva, nella sua semplice e cruda rappresentazione, la dignità di un santo aureolato e la mucca quella di un ippogrifo. I lampioni illuminavano appena se stessi e le piccole biciclette senza conducente percorrevano i bordi dei quadri srotolando centimetri di inquietante solitudine.
Ci ho messo del tempo a digerirli, debbo dirlo. I suoi quadri bisogna scoprirli senza la fretta "ok, brava, ma guarda che belli...", uno per uno, col tempo. Bisogna indagarli, ingrandirli, annusarli, passeggiarci dentro. Cingere la vita alla donnina di spalle, seguire la strada in collina, salutare la mucca. No di qui non si passa: c'è un gomitolo di inchiostro! Lassù c'è la Rocca, vicino all'omino con le braccia levate. E tutto intorno i girini. A segnare con la loro sembianza il miracolo della vita.

Luigi Garofoli

Caterina Prato è del Salento, ha studiato all’Accademia di B.B.A.A. di Roma dove ha conseguito il diploma di laurea in pittura con il M° Enzo Brunori. Ha collaborato con architetti, decoratori e restauratori. E' influenzata dal gusto coloristico e dallo spirito informale dei pittori che ama: Rothko, Cy Twombly, Morandi, Simone Martini, Masaccio. Le superfici estese e trattate a velature successive preparano lo spazio al tempo di una scrittura che si allinea con minuscoli tratti e segni. Il pensiero corre verso grandi cartografie che descrivono pensieri di luoghi invisibili. Citazioni di un salento passato, "Terra del Rimorso" per Ernesto de Martino, che Caterina muove nel suo spazio immaginato privo di forza di gravità, di un sopra e di un sotto, di un nord e di un sud. Tracce soprattutto di luoghi della memoria obnubilati da fosche acque trasparenti su cui scintillano brillii di forme note. Una lingua antica, assimilabile alle esigenze espressive dei primi cartografi che, con minuzia eccessiva, descrivono mondi visti o, a volte, solo ascoltati. Percorsi e toponomastiche alla ricerca di una via, in un movimento ciclico a volte lineare a volte spiraliforme, s’intrecciano in un gioco di traits e taches uniti dallo sguardo ingenuo di un sogno fanciullesco. Case, città, alberi, aquiloni, pesci e fiori scompaiono. Riappaiono, si uniscono, s’incontrano e scontrano. Pale eoliche come croci mistiche. Solchi graffi e tormenti che lasciano momenti di quiete e creano vie d’uscita verso destinazioni ignote. Rimandi evocativi a grafie primitive e simboli che si ritrovano a giocare e a far giocare lo sguardo.Si trasformano in texture; parlano di mondi da scoprire sempre esistiti. Segni giocosi come processi indiziari della mente che dal baratro del chaòs arrivano all’immagine del phaòs. Però i giochi non sono tanto innocenti ed ingenui e diventano lacerazioni, ferite. Poche concessioni al cromatismo squillante. Il colore si sovrappone e scompare, alla ricerca di silenzio, l’olio steso e ri-disteso si trasforma in tonalità neutre: verdi-non verdi, blu-non blu, ocra-non ocra. Un colore che s’intona al sentimento di quest’epoca che più che scoprire l’antico, rivive il sogno antico di una verità rivelata nelle apparenze. Il segno rappresenta il presente in sua assenza, si mette al posto della cosa stessa,della cosa presente. L’arte gioca, con le cose ultime, un gioco ignoto, purtuttavia le raggiunge ugualmente(Paul Klee) e in questo mare ristoratore ci si lascia volentieri trasportare dalla larga corrente e dagli incantevoli torrentelli.

Angela Bruschi